L’abbazia di San Pancrazio, detta anche di "Collemedio" o di "Colle di Mezzo" o anche "abbazia dei Santi Vito e Pancrazio", sorge poco distante da Collepepe, nel territorio tuderte.
Nacque come monastero cluniacense, i cosiddetti “monaci neri”, per concessione dei conti di Collemedio (Coldimezzo) tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo. A favore di questa origine comitale c’è lo stemma di famiglia scolpito nella chiesa.
Retta da un abate con otto monaci, l’abbazia raggiunse prestigio e ricchezza grazie a un patrimonio notevole e a molte chiese poste sotto la sua giurisdizione. L’economia aveva un assetto quasi curtense, con terre coltivate direttamente, terre date in livello e i proventi dei mulini. Nel 1347 la comunità contava dodici monaci e l’abate disponeva di tre residenze: nell’abbazia, a Perugia e a Collepepe. I benedettini avevano anche una cappella nella cattedrale di Todi.
Nelle immediate vicinanze sorgeva il monastero vallombrosano di San Vito, detto di “Valloppio”, con cui San Pancrazio ebbe una storia strettamente intrecciata 1 . Nel 1299 l’abate di San Vito pagava le decime anche per San Pancrazio, che in quegli anni forse dipendeva da lui. Per i secoli successivi le due abbazie condivisero la stessa sorte, come si vede dalla commenda, dall’affidamento ai cappuccini e dalla soppressione.
Dal Trecento San Pancrazio e San Vito entrarono in declino e in regime di commenda, affidata a cardinali o ad abati. Nel 1528 papa Clemente VII, pur confermando il diritto di commenda cardinalizia, affidò entrambe le abbazie ai cappuccini. La visita apostolica di monsignor Camaiani, nel 1574, rilevò il pessimo stato della chiesa abbaziale di San Pancrazio, fino ad allora sede della parrocchia di Collepepe, che fu trasferita nella piccola chiesa dentro il castello. Nel 1648 si decise di ristrutturare il convento: furono costruiti una nuova chiesa e, nel 1649, un campanile con orologio e campana al servizio dell’intero castello.
Nel 1784 il cardinale Antonelli affittò l’abbazia di San Pancrazio ad Agostino Franzoni di Senigallia, ponendo di fatto fine alla secolare commenda prelatizia. Le abbazie di San Pancrazio e di San Vito furono soppresse nel 1860 e i beni di San Pancrazio rientrarono nel pieno possesso della famiglia Franzoni, che ne è ancora proprietaria.
Dell’abbazia e della chiesa originali restano le mura perimetrali e la struttura architettonica di base. L’intero edificio è stato recuperato per un uso ricettivo, dopo essere stato abbandonato. Tra le parti ben conservate e restaurate ci sono il portale trecentesco della chiesa e il pozzo del chiostro. La facciata è bicroma, con pietre bianche e rosa di San Terenziano originarie della prima abbazia, costruita secondo la fonte dai benedettini cluniacensi nel XII secolo. In alto è inserito lo stemma dei conti di Collemedio, signori e feudatari della zona dal X al XIV secolo, a cui si attribuisce la fondazione. È l’unico che si conservi: molto corroso, mostra sei gigli di Francia sovrapposti, divisi da una fascia orizzontale d’argento su campo rosso. Secondo una fonte, nel XV secolo i francescani ampliarono la chiesa, smontando l’intera facciata per ricomporla nel nuovo edificio. L’interno della chiesa è oggi una sala convegni.
Nel portico del chiostro si trova un orologio solare in cui i raggi del sole passano attraverso un foro aperto nel soffitto. Questo tipo di meridiana, di solito collocato in chiesa, permette di osservare con precisione equinozi e solstizi e, più in generale, il movimento della terra. All’esterno del chiostro resta un’altra meridiana, molto danneggiata ma ancora leggibile 2 .
Fonti e note
- 1
Come evidenziato da Nadia Togni (Archivio di San Pietro in Perugia) il Monastero è citato in alcuni documenti ove si parla del Monasterium Sanctorum Viti et Pancratii, con riferimento all’altro Monastero di San Vito di Valloppio, costruiti l’uno a sinistra e l’altro a destra del torrente Puglia, i quali godevano di una posizione strategica sul Tevere e gestivano alcuni mulini eretti sui vicini corsi d’acqua, come il mulino a grano di San Pancrazio.
- 2
Sperandio, Bernardino, Chiese romaniche in Umbria, introduzione di Bruno Toscano, fotografie di Bernardino Sperandio, Perugia, Quattroemme, 2001, p. 63.
Farnedi, G., Togni, N., Monasteri benedettini in Umbria: alle radici del paesaggio umbro. Regione Umbria. Cesena: Centro Storico Benedettino Italiano, 2014, p.67.