Erudito e storico nato a Roma ma vissuto quasi sempre a Foligno, dove la sua famiglia risiedeva fin dal XII secolo. Laureato in diritto a Perugia e ordinato sacerdote nel 1622, ricevette il titolo di protonotaro apostolico. Dedicò la vita alla ricerca negli archivi e nelle biblioteche umbre, raccogliendo cronache cittadine, genealogie, biografie di letterati e vite di santi: tra il 1626 e il 1663 diede alle stampe 28 volumi, lasciandone manoscritti molti altri. Le sue opere principali sono la Bibliotheca Umbriae (1658) e le Vite de’ santi e beati dell’Umbria (1647-1661).
Elisabetta Mori, Jacobilli, Ludovico, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 61, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2004, treccani.it
L’abbazia di San Giuliano sorge su un colle lungo la strada che da Spoleto sale al Monteluco. Della grande struttura monastica quasi tutti gli ambienti sono crollati e ne resta in piedi uno solo, dietro la chiesa, oggi occupato da un locale di ristorazione.
Abbazia di San Giuliano
Le origini sono avvolte nella tradizione. Si racconta che una matrona di nome Gregoria abbia ceduto le sue terre sul colle a Isacco, monaco venuto dalla Siria, perché vi fondasse una chiesa e un monastero dedicati a san Giuliano. il sacerdote ed erudito folignate colloca la fondazione intorno al 528, mentre Gregorio Magno
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, che narra la vicenda di Isacco, ne fa arrivare il protagonista a Spoleto già verso la fine del V secolo. Sul piano documentario l’esistenza del monastero è invece certa nel VI secolo, perché due lettere di papa Pelagio I lo menzionano. In un’epoca non precisabile la comunità divenne un’abbazia benedettina, guidata prima da monaci cassinesi e poi, dall’anno Mille circa, da cluniacensi. Era il centro di riferimento degli eremiti del Monteluco, che dopo la morte di Isacco erano entrati nella famiglia benedettina. Secondo Jacobilli, l’abbazia guidava una congregazione autonoma rispetto all’ordine di san Benedetto, con numerose chiese, ospizi e monasteri sparsi in Umbria.
Alla fine del Quattrocento papa Innocenzo VIII soppresse l’abbazia, che nel 1502 passò ai Canonici Lateranensi, i quali la tennero per circa cinquant’anni. Poi il complesso decadde: all’inizio dell’Ottocento gli edifici monastici risultavano già distrutti da tempo, mentre la chiesa, abbandonata, finì in mani private e fu usata come fienile. Soltanto nei primi anni del Novecento il Comune ne rivendicò con successo la proprietà.
La Chiesa architettonicamente appartiene nell’insieme al XII secolo. La facciata ha perso la parte alta, e questo la rende tozza e fa apparire più massiccia la torre campanaria. Forse in origine terminava con quattro spioventi, come la chiesa di Sant’Eufemia a Spoleto. Il portale ad arco a tutto sesto è sormontato da una cornice scolpita a palmette. Negli stipiti sono stati reinseriti frammenti scolpiti del VI secolo:
nello stipite destro, motivi vegetali di gusto classico e una serie di formelle con archetti sovrapposti e trifogli, due colombe ai lati di un vaso rovesciato da cui escono tralci, un bue, forse una pantera e un pavone tra le foglie;
nello stipite sinistro, archetti e trifogli, due colombe presso un vaso dritto, un vaso con tralci, una croce e un centauro. Gli ultimi due furono scolpiti in età romanica per completare la serie.
Si ritiene che gli altri rilievi provengano da un edificio paleocristiano, dove avrebbero fatto parte della recinzione che separava l’altare dal resto della chiesa. Altri due pezzi della stessa serie furono riutilizzati nella chiesa di San Pietro, alle pendici del monte, e un ulteriore frammento del VI secolo è posto alla base della feritoia a destra della facciata. Sopra il portale si apre una trifora ad archi sovrapposti, poggiante su mensole scolpite con teste di animali (ariete e toro) e di figure umane, e sorretta da colonnine binate con capitelli a foglie.
All'interno l’ambiente è molto basso e ha tre navate che terminano in altrettante absidi. Le colonne in pietra, tozze e disposte a intervalli irregolari, presentano l’èntasi, cioè un lieve rigonfiamento del fusto, come a San Silvestro di Bevagna. I capitelli cilindrici sono decorati da semplici scanalature, tranne il terzo a sinistra, ornato da un agnello. Le arcate a sesto acuto della navata sinistra risalgono a una fase edilizia successiva.
Dal presbiterio si scende alla cripta, divisa in tre piccoli vani comunicanti, ciascuno con la propria abside; le sue strutture potrebbero appartenere a un edificio più antico. Un’iscrizione qui conservata ricordava la sepoltura di sant’Isacco.
Nelle navate laterali sono riemerse figure di santi eremiti e pellegrini, databili tra la fine del Cinquecento e il Seicento. Sulle pareti del presbiterio restano parti di un ciclo quattrocentesco con le storie di Isacco: il santo in preghiera, l’episodio del sacrestano posseduto e quello dei falsi poveri nudi.
L’abside conserva un ciclo organizzato in fasce orizzontali. Dal basso si vedono un finto arazzo, otto santi benedettini, poi san Benedetto in trono tra Isacco, Mauro, Placido, Giuliano, Scolastica e la beata Gregoria, che regge il cartiglio della donazione. Seguono la Madonna con il Bambino e, nel catino, l’Incoronazione della Vergine con angeli. Gli affreschi furono realizzati nel 1442, al tempo dell’abate Argento Campello, dal cosiddetto Maestro di Eggi, pittore molto attivo a Spoleto e dintorni. Alla metà del Quattrocento egli seguiva ancora la tradizione spoletina del secondo Trecento, appena ingentilita da elementi tardogotici, come le nicchie a conchiglia e le cornici dell’abside. Non intendeva rinnovare modelli ben collaudati, graditi ai suoi committenti, monaci e contadini.
Sulla terza colonna di destra è murata una lastra del XII secolo che documenta una fase di rinnovamento romanico della chiesa. Vi si legge che un certo Nicolò Bacarelli iniziò quell’opera buona facendo innalzare cinque colonne, e si chiede di benedire la sua anima. Resta anche un frammento di dipinto con la Madonna e il Bambino, di cui si vedono solo i due volti
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Secondo Gregorio Magno, Isacco giunse dalla Siria e scelse la vita eremitica in un luogo deserto vicino alla città, che la tradizione identifica con Monteluco. Molti seguirono il suo esempio e il monte divenne una sorta di grande monastero all’orientale: i monaci vivevano isolati in celle o grotte sparse, obbedendo a un abate che risiedeva a San Giuliano. La fama di quegli eremiti durò a lungo: nel 1556 Michelangelo, in una lettera, scrisse di aver provato “un gran piacere nelle montagne di Spuleti a visitare que’ romiti”.
Sperandio, Bernardino, Chiese romaniche in Umbria, introduzione di Bruno Toscano, fotografie di Bernardino Sperandio, Perugia, Quattroemme, 2001, pp. 119-120. Farnedi, G., Togni, N., Monasteri benedettini in Umbria: alle radici del paesaggio umbro. Regione Umbria. Cesena: Centro Storico Benedettino Italiano, 2014, pp.154-155. Pieghevole a cura dell’Arcidiocesi di Spoleto-Norcia